Regione Veneto

Storia del Comune

Il Neolitico

In quella occasione sono emersi a giorno dei manufatti di selce, attribuibili all'età neolitica. Si tratta di scarti di lavorazione e di qualche strumento finito: lamelle, qualche grattatoio, foliati frammentari ed un raschiatoio. Almeno per l'area interessata dall'aratura, non sono emersi dal terreno, uniformemente rossastro e povero di scheletro, resti carboniosi o chiazze nerastre ad indicare fondi di capanna o focolari. Parimenti, non è stata rinvenuta alcuna traccia di ceramica né di macinelli. Eccetto un occasionale esempio di dente di ovide, non sono state rilevate dentature od ossa animali frammentarie, a testimonianza di una qualche attività di macellazione e di consumo di animali.
In base agli scarsi, ma certamente non fortuiti, dati per ora emersi è quindi da scartare l'ipotesi di un insediamento stabile, né può essere presa in considerazione la possibilità che tale località fosse utilizzata come cava di selce, dal momento che i banchi di conglomerato locale non sono praticamente utilizzabili in tal senso. Si può piuttosto pensare ad un accampamento stagionale di cacciatori neolitici oppure, con maggiore probabilità, ad un reiterato luogo di bivacco, soprattutto in relazione alla presenza, nelle immediate vicinanze di una costante e copiosa vena d'acqua sorgiva.


Età del Bronzo

 

Sull'omonimo colle, alle spalle della frazione di Soligo, sorge una chiesetta intitolata a S. Gallo. Essa è collocata in posizione chiaramente strategica rispetto alla valle del fiume Soligo ed alla antica arteria di transito collegante la stretta di Nervesa (e la pianura veneta sottostante) con la Val Belluna attraverso il passo prealpino del Praderadego. Tale traiettoria era chiamata Cal Zattéra, perché fino al secolo scorso era utilizzata per il ritorno a piedi degli zattieri in Val Belluna, dopo la consegna delle zattere di legname al porto fluviale di Nervesa della Battaglia. (Alpago Novello e altri fanno coincidere questo percorso con un tratto dell'antica Claudia Augusta Altinate, che dal porto di Altino nell'Alto Adriatico conduceva all'alta valle del Danubio attraverso il passo di Resia.)
Non a caso, sullo stesso colle di San Gallo, avevano trovato collocazione sia un castelliere dell'Età del Bronzo, sia una fortificazione medioevale. Testimoni ancora viventi ricordano come la chiesetta di San Gallo fosse custodita da un eremita, come del resto altri santuari, dislocati lungo la pedemontana e la cordonatura collinare, come ad es. quello della Madonna del Carmine nel territorio del confinante comune di Miane.
Per trovare un'altra intitolazione a questo strano santo, bisogna spostarsi lungo le Prealpi Venete e Friulane fino a Moggio Udinese, nella valle del Fellá, lungo l'arteria che conduce al passo alpino del Tarvisio, il che è tutt'altro che casuale.
Vediamo il perché. San Gallo fu uno dei dodici compagni di San Colombano che, nell'alto medioevo, sciamarono dalla nativa Irlanda per evangelizzare l'Europa. La sua figura restò legata all'omonimo Cantone Svizzero, nell'alta valle del Reno. Seguendo la logica di spostamento della calotta glaciale alpina, all'epoca delle ultime glaciazioni, dopo la morte del Santo il suo culto si propagò lungo l'alto e medio corso del fiume Danubio, "tracimando" dai passi alpini fino alla pedemontana friulana e veneta. Tale "tracimazione" fu concretamente resa possibile per opera dei pellegrini centro e nord-europei, diretti attraverso i valichi alpini verso le nostre regioni, vuoi per imbarcarsi dai porti dell'Alto Adriatico alla volta di Gerusalemme*, vuoi per recarsi attraverso la Romea alla tomba di San Pietro a Roma.
* Un ricordo preciso in tale senso è conservato dall'onomastica locale nei cognomi, per altro abbastanza diffusi, di Rusalén (variante Rosolén) e Palmieri, senza parlare del generico Pellegrini. Rusalèn è l'abbreviazione veneta del nome latino di Gerusalemme, vale a dire (Je)rusalem. Palmieri venivano denominati quei pellegrini che ritornavano dalla città santa della Palestina, riportandovi a testimonianza dell'avvenuta visita, un ramo di palma.
A tale proposito è interessante notare come un cognome, molto diffuso e nello stesso tempo concentrato nella frazione di Soligo e nella vicina Pieve di Soligo, come quello di Viézzer, sia interpretato dagli abitanti del luogo come equivalente a (S)vizzer(o).
Due ulteriori esempi di "tracimazione" religiose danubiane fino allo zoccolo prealpino trevigiano, sono forniti dalle reliquie di S. Uttilia collocate presso la chiesa parrocchiale di Tovena, sotto il passo di S. Polt, e dall'immagine del Crocifisso della Domenica sulla facciata dell'antica Pieve di S. Pietro di Feletto. Quest'ultima tipologia pittorica, che rappresenta un Redentore piagato da vari lavori eseguiti di domenica, in contrasto con il precetto del riposo festivo, è tipicamente danubiana e non trova altri riscontri, se non quello citato, nella restante regione veneta.
Parallelamente al culto di S. Gallo, quello della Santa Abbadessa medioevale Uttilia o Odilia si è propagato dal centro originario, nell'alto Danubio, verso le zone contermini arrivando, anch'esso, per "tracimazione" ad opera dei pellegrini medioevali, alla pedemontana trevigiana.


Età del Ferro

 

Poco sopra lo zoccolo basale del colle di San Gallo, e leggermente scostato rispetto al centro storico di Soligo, è situato un ridotto falsopiano, dotato sia di acque sorgive sia di materiali argillosi di superfice.

FERRO Antico

Poco sopra lo zoccolo basale del colle di San Gallo, e leggermente scostato rispetto al centro storico di Soligo, è situato un ridotto falsopiano, dotato sia di acque sorgive sia di materiali argillosi di superfice. Questa località, sempre per ora e sempre per quanto risulta, è l'unico sito del Quartier di Piave ad aver restituito materiali fittili eventualmente ascrivibili anche all'antica età del Ferro, al periodo cioè compreso grossomodo tra il 900 a.C. ed il 700 a. C.
Accanto ai frammenti di ceramica, relativamente raffinata e con decorazioni tipiche del 1°Ferro-Ferro Antico, è da rimarcare la cospicua disseminazione di scorie di fusione, costituite da glomeruli ferruginosi di varia pezzatura e densità. Quest'ultimo fatto trova un qualche riscontro, per la zona del Quartier di Piave, soltanto nei similari, ma meno consistenti, affioramenti nel Castelík di Sernaglia della Battaglia.

Medio FERRO – Età Repubblicana

Per quanto riguarda l'arco temporale esteso dalla media età del Ferro fino al 1° Impero Romano (700 a.C. – 0) il Quartier di Piave sembra rappresentare un autentico "buco nero", sempre a meno naturalmente di nuove evidenze in merito. Tutto ciò a dispetto della presenza, a corto raggio, di ragguardevoli poli di irradiazione venetica come Ceneda, Mel, Belluno, Asolo, Montebelluna, Treviso ed infine Oderzo, che racchiudono intorno al Quartier di Piave un ideale cerchio etnico-culturale, ben omogeneo e caratterizzato.


Età Romana

Per quanto riguarda l'arco temporale esteso dalla media età del Ferro fino al 1° Impero Romano (700 a.C. – 0) il Quartier di Piave sembra rappresentare un autentico "buco nero".

Medio FERRO – età repubblicana.

Per quanto riguarda l'arco temporale esteso dalla media età del Ferro fino al 1° Impero Romano (700 a.C. – 0) il Quartier di Piave sembra rappresentare un autentico "buco nero", sempre a meno naturalmente di nuove evidenze in merito. Tutto ciò a dispetto della presenza, a corto raggio, di ragguardevoli poli di irradiazione venetica come Ceneda, Mel, Belluno, Asolo, Montebelluna, Treviso ed infine Oderzo, che racchiudono intorno al Quartier di Piave un ideale cerchio etnico-culturale, ben omogeneo e caratterizzato.

Età imperiale

Dopo il precedente, lungo e oscuro lato storico, per trovare qualcosa che ci rimandi ancora alla presenza dell'uomo nel territorio comunale di Farra di Soligo, dalla cordonatura collinare (privilegiata dalle popolazioni dell'età del Bronzo) bisogna spostarsi all'estremità meridionale del suo territorio, in località S.Tiziano, al confine con le limitrofe comunità di Sernaglia e di Pieve di Soligo, in un contesto questa volta di pianura (privilegiato invece dalla logica imperiale romana). In corrispondenza di un fondo, denominato non a caso "Tombola", con le arature annuali, emergono dal terreno vari frammenti di embrici e cotti vari, di fattura chiaramente risalente all'età romana (cfr. foto n°4). Talvolta chiazze carboniose rivelano i resti di tombe ad incenerazione (cfr. foto n°5, dove sono visibili frammenti di ossa incombuste ed un orlo frammentario di urna cineraria).
Non si può mancare di rimarcare la presenza, in loco, di un secondo toponimo-spia, abbastanza significativo per quanto riguarda le tracce di romanità nel Quartier di Piave, vale a dire il prediale Pateán, unico prediale terminante in –anum presente nella pianura del Quartier di Piave insieme a Barbis-ano.
Quanto ai materiali citati sopra, a parte l'attestazione di una sopravvivenza della pratica inceneritoria, essi sono troppo scarsi e poco significativi per essere più precisamente databili; tra l'altro, non si è trovato finora alcun bollo laterizio né alcuna iscrizione, ad esempio, che possa dare qualche aiuto in merito. Con un ragionamento di contesto con i rimanenti reperti romani, restituiti dall'area del Quartier di Piave, sembra logico attribuirne la datazione al 1° Impero (cfr. op. cit. 2 pp. 152-165).

Tardo Impero: traccia paleo-cristiana nel Quartier di Piave.

Nella medesima località di S. Tiziano e, direi, in continuità logica con i due precedenti, si riscontra un altro interessante toponimo: Basarghelle. Esso è una traccia molto significativa, al fine di individuare quello che può essere stato il primo nucleo di evangelizzazione nel Quartier di Piave, in un periodo grossomodo da comprendersi tra il 4° ed il 6° secolo d. C. (in una logica comunque ancora di pianura, antecedente all'opposto movimento di arroccamento collinare, tipicamente alto-medioevale.)
Vediamone il perché. In diocesi di Ceneda, esiste un solo riscontro nella frazione Basalghelle del comune di Mansuè. Nel Triveneto, se pur presente (Trebaseleghe ad es., in diocesi di Padova, e Basaldella, in diocesi di Udine) tale denominazione è comunque rara, in quanto rappresenta una cosiddetta "voce desueta", vale a dire un termine lessicale arcaico, il cui uso corrente è stato già abbandonato in epoca alto-medioevale, per essere sostituito da altri più moderni. Nella fattispecie, il vocabolo arcaico, di origine greca, basilica (da cui Basarghelle = piccole basiliche, piccole chiese) è stato ben presto sostituito dal termine ecclesia (da cui l'odierno chiesa). In base a questa semplice considerazione lessicale, si può a buona ragione ritenere il toponimo Basarghelle una voce-guida che rimanda ancora al primo diffondersi della cristianizzazione nelle Venezie e nel Quartier di Piave ed a Farra di Soligo, in particolare.

Tardo impero: cisterna del castrum Credacii.

Sempre al tardo-impero (circa 400-500 d. C.) e, precisamente, al contesto storico delle prime avvisaglie di invasioni barbariche e, quindi, dei primitivi arroccamenti collinari (indotti dallo sfaldamento del potere centrale) viene comunemente attribuita per la tipologia costruttiva la data di costruzione della grande cisterna in cotto, collocata nel cortile del castello di Credazzo, sul colle omonimo, a ridosso dell'abitato di Farra di Soligo.


Età Longobarda

I Longobardi (568 d. C.).

Com'è noto, i Longobardi sotto la guida di Alboino varcano le Alpi Giulie nel 568 d. C. Si spostano velocemente lungo la traiettoria della pedemontana friulana e veneta, lasciandovi a presidio in luoghi strategicamente significativi le cosiddette Fare*, cioè nuclei familiari di guerrieri che hanno la funzione di proteggere le retrovie da eventuali infiltrazioni nemiche. A cavallo delle Prealpi Bellunesi, è dislocata la più alta concentrazione di Fare di tutta la penisola italica. Sul versante meridionale, spostandosi dal Ducato di Ceneda e dalla Fara di Castel Roganzuolo verso ovest, si riscontrano la Fara di Soligo e la Fara di Valdobbiadene, sul versante settentrionale a racchiudere il cerchio si trovano in successione la Fara di Feltre, a controllo della stretta di Fenér, la Fara di Mel, posta a guardia del passaggio attraverso il passo di Praderadego, e infine la Fara di Alpago, a difesa della stretta di Fadalto.

*Il termine Fara viene fatto derivare dall'etimo germanico Far = viaggio, spostamento, da cui in tedesco moderno il verbo fahren = viaggiare. Sta quindi ad indicare l'unità nomade costituita da più gruppi familiari consanguinei.

A questo punto sia concesso un breve inciso. Ad eccezione della sola Fara di Valdobbiadene (sensibilità toponomastica dell'amministrazione?), tutte le dizioni ufficiali delle rimanenti Fare citate sopra contemplano la doppia -r-, che, insieme alla Fa(r)ra d'Isonzo, vengono a trovarsi in evidente contrasto con tutte le altre Fare della penisola italica nonché con le Féres transalpine.

Come spiegare questa dissonanza? A parere dello scrivente si tratta di becero razzismo, auto od etero che esso sia; dal momento che la lingua veneta non contempla l'uso delle doppie bisognava pure che tali deculturati contadinotti cominciassero una buona volta a farne uso, a proposito ed anche a sproposito.

L'antico insediamento della Fara di Soligo ha lasciato testimonianze di sé non solo a livello toponomastico, ma anche a livello archeologico, nonché sul piano dell'antropologia fisica, dell'onomastica, negli agionimi, nella fonetica, nel lessico della popolazione locale e infine nello stesso nome con cui localmente vengono indicati gli abitanti di Fara.

L'ARCHEOLOGIA

La località denominata Capitania, presso il borgo Monchéra, ha restituito precise testimonianze circa l'esistenza in loco di una piccola necropoli longobarda.

Va notato che le inumazioni collettive longobarde, complete di corredo funebre (ad es. l'armatura dei guerrieri) sono abbastanza rare nella penisola italica. Il motivo è presto detto. Appena due anni dopo l'attraversamento delle Alpi, questi "barbari" si resero ben presto conto che l'innato "spirito di raccoglimento" dei popoli italici comportava, piuttosto sempre che spesso, la profanazione delle loro tombe particolarmente ricche in ornamenti aurei, per cui impararono velocemente a riciclare quanto di prezioso, a favore di corredi funebri del tutto inappetibili.

In un primo tempo, quando gli scassi per la piantumazione delle viti venivano ancora eseguiti a mano, vennero recuperate due spade e due punte di lancia, deposte accanto agli scheletri di due guerrieri. Purtroppo tali manufatti vennero classificati in modo errato come spade celtiche. Di conseguenza non venne fornita al proprietario del fondo nemmeno l'informazione più importante. Vale a dire del come i Longobardi, almeno per i primi anni e nelle Fare di prima fondazione come nel caso in oggetto, avessero la consuetudine di seppellire i loro morti in tombe affiancate le une alle altre e, per di più, completamente fornite. Per questo motivo nei successivi scassi meccanici del vigneto, vennero irrimediabilmente distrutte le restanti tombe. Grazie al tempestivo intervento del proprietario furono recuperate alcune spade frammentarie, un umbone di scudo con borchie dorate e decorate ed, infine, una borchia, anch'essa dorata, quasi sicuramente appartenente al bracchiale dello scudo.

L'ANTROPOLOGIA

Fisica

Per un occhio clinico è abbastanza agevole rendersi conto che, a tutt'oggi, in alcuni individui della popolazione locale si manifestano le caratteristiche fisiche tipiche dei popoli nordici. Non tanto e non solo il biondismo, la pelle chiara e l'alta statura (elementi comuni anche alla razza dinarica o adriatica, ugualmente qui ben rappresentata), ma soprattutto la forma del cranio tendente alla dolicocefalia (cranio allungato) ed alla leptoprosopia (faccia stretta). Caratteristiche somatiche queste ultime più rare e più significative in quanto regressive rispetto alla dominanza della brachicefia (cranio corto) ed alla platiprosopia (faccia larga) tipiche sia delle popolazioni dinariche sia delle popolazioni alpine. Tali caratteristiche possono essere ipoteticamente attribuite anche ad occasionali apporti genetici, legati ad eventi come ad es. l'occupazione tedesca durante il 1° conflitto Mondiale, oppure ai pellegrinaggi medioevali o altro. Sta di fatto che le uniche immissioni etniche, di tipo collettivo e non individuale, alle precedenti popolazioni locali corrispondono alla trasmigrazione longobarda e, successivamente, alla colonizzazione, almeno nella parte orientale della Marca, ad opera di comunità slovene.

Onomastica

Tra i tanti cognomi presenti a Fara e di generica etimologia germanica, due a mio parere rivestono un particolare rilievo quanto a forte probabilità di ascendenza diretta al primitivo nucleo di cavalieri faramanni ed arimanni del 6° sec. d. C.

  1. Arman deriva da arimanno (tedesco moderno: Hermann). Con questo termine venivano indicati i guerrieri posti a difesa delle terre di confine e non deve essere casuale il fatto che questo cognome sia ben diffuso sia a Fara di Soligo sia a (Fara di) Valdobbiadene. Il ricordo degli arimanni vive ancora nel lessico della parlata locale nelle variante "maraman", titolo affibbiato ai ragazzi particolarmente vivaci e difficili da gestire.
  2. Da Ruos, con quella vocale -u-, esclude la derivazione di tale cognome dall'aggettivo: rosso (abbinabile ad es. al colore dei capelli). Esso è da collegare invece ad un etimo indoeuropeo e, specificamente germanico, indicante: cavallo e quindi anche cavaliere. cfr. inglese: horse; tedesco: pferd; persiano: parsi; cimbro: ross; italiano antico (in senso dispregiativo): ronzino

Agionimi

Una volta convertito al cristianesimo, il popolo guerriero dei Longobardi, nel ventaglio dei santi proposti alla venerazione dei fedeli, ebbe naturalmente a nutrire una particolare predilezione per i santi guerrieri: in primis S. Michele, quindi S. Giorgio, S. Martino, etc. Esaurito l'insieme dei guerrieri, a causa della altrettanto ovvia contrapposizione con le preesistenti popolazioni latine, ulteriori santi protettori vennero prelevati dalla nutrita schiera dei martirizzati per opera degli odiati romani, come ad es. S. Lorenzo, Santa Agnese, etc. Da quanto sopra, non riesce perciò difficile rendere ragione del vistoso capitello, dedicato a S. Michele, lungo la congiungente Fara-Soligo, né dell'ex sacello intitolato a S. Giorgio (ora resta solo il toponimo) lungo la rampa conducente al Colle della Fratta, né infine della dedicazione a S. Lorenzo martire della chiesetta situata sull'anticima del castello di Credazzo.

IL LESSICO

Lessico

Numerosi sono nella parlata locale i termini di derivazione longobarda, alcuni presenti anche nella lingua italiana, molti più quelli comuni alla lingua friulana. Qui vengono citati soltanto quattro esempi; essi appaiono più circoscritti alla sinistra Piave ed al Quartier di Piave, in particolare, e per il loro spiccato sapore di nordicità si presentano piuttosto legati all'area germanica settentrionale, da cui proveniva l'etnia longobarda.

  1. L'avverbio -uso- equivale all'italiano come; più che al germanico meridionale -wisa- (tedesco moderno weise) = maniera, da cui anche l'italiano arcaico: "a guisa di"; la mancanza della vocale -i- avvicina questo avverbio all'anglosassone -as- avente lo stesso significato.
  2. Il sostantivo -scíp- equivale a pezzettino, scheggiolina, piccola porzione. A parte la preposizione di rinforzo -s- ha la stessa assonanza e lo stesso valore semantico dell'inglese -chip-.
  3. L'avverbio -cognanca- corrisponde all'italiano -senza-. Per l'aspetto etimologico è del tutto neolatino, in quanto composto da -co- = con e da -gnanca- = neanche, nemmeno. Per la sua costruzione concettuale, invece, che contempla un avverbio di compagnia, seguito da una negazione, si rivela un preciso calco dell'inglese -with out- (in cui appunto l'avverbio di compagnia with è immediatamente negato dal successivo out indicante assenza).
  4. Il nome comune di uccello -becalénc- = letteralmente beccalegno, è anch'esso etimologicamente del tutto neolatino, ma concettualmente è, ancora una volta, il perfetto calco dell'inglese -wood-pecker-, a differenza dei comuni esiti, sia in area neolatina che germanica meridionale, che impiegano soltanto l'etimo -pic- (da cui il francese: pic; l'italiano: picchio; il tedesco: biche)

Fonetica

Nella lingua locale si conservano tuttora due consonanti tipiche delle lingue anglo-sassoni, come la -w- e la -th-, del tutto inesistenti invece nelle neolatine. Alcuni esempi in merito:

  1. swaita = spia, è un termine derivato dal germanico -wahta- che significa aspettare, vigilare, fare la spia (cfr. tedesco moderno: weiten = aspettare);
  2. swindole - swandole = altalena (cfr. inglese: swing, avente lo stesso significato);
  3. tharpa = vinaccia;
  4. thanco = mancino.

La prima consonante è stata approssimata dagli scrivani neolatini con i gruppi -Gh- e -Gu- oppure con le consonanti -v- e -b-. La seconda consonante veniva traslata in -c- oppure -s- o ancora -z-. Un tipico esempio in merito a queste traslitterazioni è fornito da un toponimo e dal relativo cognome, molto diffusi nella zona, rispettivamente witha e with(mann) che in lingua longobarda designavano la bandita, il bosco comunale ed il relativo custode.

Gli esiti neolatini sono Vizza, Guizza, Guizzo(manno), Ghizzo, Vizzo, Biz (variante Bizzotto). La lingua locale annovera inoltre un discreto numero di lessemi di origine slava. È tuttora da chiarire se e quali di essi risalgano al nucleo sloveno calato insieme ai Longobardi e quali, invece, siano da attribuire alla colonizzazione slovena in Friuli e Venezia orientale del Basso Medioevo.

Nome degli abitanti di Fara di Soligo

Localmente i cittadini di Fara vengono indicati come "Muk", cioè con lo stesso termine con cui nella pedemontana trevigiana si designano i tedeschi, accanto agli altri due etnosinonimi "Tognín" e "Quei del ciodo" (per allusione all'elmo chiodato dei Prussiani).

A conclusione di questo breve elenco di sopravvivenze barbariche, peraltro quasi mai coscientemente percepite come tali, a onor del vero bisogna dire che, fino a non molto addietro, non era del tutto estinta una precisa coscienza di appartenenza all'etnia longobarda. È noto come le famiglie nobiliari, fino alle soglie del 16° secolo, con la dizione "natione longobardica" ci tenessero a ben specificare, nei documenti ufficiali, una loro specifica e "diversa" genealogia. Tuttora alcuni discendenti della nobiltà locale, configurando in ciò una ideale continuità, si fregiano di strani nomi tipo Rambaldo che già appartennero ai loro illustri antenati.

Ma anche a livello popolare, ricordo benissimo come mio nonno paterno ci tenesse a rammentare a tutti i suoi nipoti due fatti: l'origine della famiglia da Fara e la discendenza germanica. In particolare poi, nei miei precisi confronti, malgrado la predilezione per essere io il primogenito del suo primogenito, non dimentico il malcelato disappunto per il fatto che nella sua estesa famiglia io rappresentassi il primo caso di capigliatura scura, con occhi scuri e carnagione scura: "Quel tosát el ne ha rovinà la ratha!"


Il Medioevo

Consistenti sono i reperti riferibili al periodo longobardo. Un sepolcreto longobardo è stato identificato in località Monchera, a nord del borgo sulle prime pendici delle colline.

FARRA DI SOLIGO

Insediamento Longobardo

Consistenti sono i reperti riferibili al periodo longobardo. Un sepolcreto longobardo è stato identificato in località Monchera, nella proprietà Bevacqua, a nord del borgo sulle prime pendici delle colline.

Nel primo dopoguerra, durante lavori agricoli di scavo vennero alla luce resti umani che vennero poi inumati in una fossa tra i due cipressi ancora visibili. Insieme alle ossa giacevano cinque spathe, due cuspidi di lancia a forma di foglia di alloro, resti di umboni di scudi. Nelle vicinanze fu recuperata anche un'' antica macina. Vestigia longobarde sarebbero ravvisabili in elementi architettonici di alcune vecchie costruzioni di Credazzo e Rialto.

All'occupazione longobarda Farra deve il suo toponimo. Secondo la definizione di Paolo Diacono, le Fare nel dialetto longobardo corrispondono alle sippe nel diritto franco, ossia ai gruppi gentili e parentali familiari in cui è suddiviso il popolo, costituiti da famiglie o da individui discendenti da un capostipite comune, o anche aggregati in base a vincoli convenzionali. Anche l''occupazione territoriale della zona avvenne per Fare, le quali costituivano veri e propri organismi politico militari e il cui nome venne in seguito ad indicare anche il territorio abitato dal gruppo e quindi la comunità di cui esso era il nucleo originale.

Di origine longobarda sono anche altri vari toponimi della zona, come Col de Guarda, Col Monguarda, Gardè e Pertegà, o cognomi diffusi come Arman e Ghizzo.

Epoca Feudale

In epoca feudale l'attuale territorio di Farra era sede di due feudi distinti. Il feudo di Farra, ad oriente, aveva per centro il castellare sulla cui sommità si ergeva il castello, l'attuale colle di s. Giorgio. La villa, cioè l'abitato, e il castrum, cioè il complesso feudale, furono dal 1201 al 1207 feudo dei signori Nordigli, illustre famiglia feudale della Marca Trevigiana con molti esponenti in evidenza dal punto di vista politico. Nell'anno 1207 il feudo passò al comune di Treviso che, in fase di crescente espansione, andava fagocitando i feudi minori. Nel 1259 i Nordigli possedevano a Farra ancora molti beni.

COL SAN MARTINO

Tracce romane

Dal punto di vista archeologico, accanto al ritrovamento di materiale sporadico di epoca incerta avvenuto ai primi del secolo, Berti e Boccazzi riferiscono del rinvenimento ai piedi della collina verso Canal, presso un rialzo del terreno, di laterizi e monete bronzee probabilmente di epoca romana. Altri reperti fanno ritenere che fin dalla stessa epoca il territorio di Col San Martino sia stato interessato dal passaggio, nella zona pedecollinare, di una strada commerciale che avrebbe raggiunto il Piave presso Vidor.

Epoca Medioevale

Nel periodo medievale Col San Martino si configurava come un piccolo feudo. Il castello era stato eretto intorno al 1100 sulla cima del colle denominato ancor oggi "Castel"e sul quale ora sorge il tempietto dedicato a san Martino; i suoi ruderi erano visibili fino alla fine dell'Ottocento.

Inizialmente il feudo appartenne ai conti di Collalto, ma dal tardo Duecento esso appare nei documenti dimora della nobile famiglia feudale che da questo luogo prese il nome: i Col San Martino. Il castello conservò - secondo F. Gallon - una certa importanza anche in epoca comunale quando fu fortificato dai Trevigiani. Questi nel 1337, non fidandosi dei mercenari che lo presidiavano, inviarono a guardia del castello Gabriele dei Col San Martino. Molte proprietà di questa feudalità locale e forse la stessa curia erano situate nella zona nord di Giussin.

I Col San Martino subirono la sorte di molte altre famiglie feudali; mantennero in loco i beni patrimoniali e andarono spesso a vivere nella Treviso comunale dove parteciparono ai consigli e alle cariche comunali schierandosi con la parte guelfa. Alcuni loro esponenti furono illustri giudici, notai e magistrati; tra gli altri, Semprebene e il figlio Nicolò all'inizio del '300 furono eletti Gran Maestro o Priore dei Cavalieri Gaudenti, un ordine religioso-militare introdotto a Treviso intorno al 1270 per combattere gli eretici. Successivamente molti dei loro beni passarono, mediante matrimonio, ai nobili Ramponi di Feltre che già nel 500 possedevano a Col San Martino terre e servi, una tomba nella chiesa di S. Maria de Silva e un oratorio a Posmon dedicato a S. Antonio da Padova.

Alla metà del sec. XIV il castello riappare dimora dei Collalto. Il 29 settembre 1358 l'imperatore Carlo IV concedeva a Schenella V, conte di Treviso e Collalto, il castello di San Martino con la villa omonima e quelle di Colbertaldo e Vidor, con diritto di 'mero e misto imperio'.

Il paese conserva altre vestigia medievali. Il campanile della vecchia chiesa, demolita nel 1904, visibile presso il cimitero, è ritenuto da alcuni storici una torre di difesa risalente all'alto medioevo, successivamente trasformata in torre campanaria. Inoltre toponimi locali indicano che la zona compresa fra l'attuale centro e la località Giussin fu, nel periodo feudale, adibita a culture intensive, mentre in quella intorno alla piazza Rovere si praticavano attività di pascolo e allevamento.

Nel secolo XIII il territorio di Col San Martino passò sotto il dominio del comune di Treviso, di cui seguì gli statuti, e quindi entrò nell'orbita della dominazione di S. Marco quando nel secolo XIV la Serenissima accentuò la sua espansione in terraferma conquistando anche il distretto trevigiano.

SOLIGO

Il Castello feudale

Come importante residenza feudale, Soligo è nominata per la prima volta nel 962, anno in cui Ottone I investe il vescovo cenedese Sicardo anche del castello e delle terre di Soligo. Nel 980, però, Ottone I concedeva a Bianzeno, Rambaldo e Gilberto di Collalto i diritti della camera regia posti tra i fiumi Soligo e Raboso. Dai documenti si rileva che fino al sec. XII dominarono su questa fortezza alternativamente il vescovo di Ceneda, quello di Belluno e i conti di Collalto. Stando alla descrizione che ne fece nelle seconda metà del secolo scorso il parroco Sbardella in base ai pochi ruderi ancora esistenti, il maniero doveva essere particolarmente imponente. Doppio giro di fosse cingevano le mura a ponente, il punto più vulnerabile, difeso da una poderosa torre. Le due porte di ingresso guardavano una a sud, verso il borgo sottostante, e l'altra, quasi segreta, a nord-est in direzione del fiume Soligo e del Castelletto, la rocca di Solighetto. All'interno si innalzava una seconda torre ed una chiesetta dedicata a S. Biagio. Ad oriente la fortezza era protetta da doppia cortina di mura, mentre a mezza costa una rocca minore controllava le due salite. Intorno al 1120 ebbe la corte a Soligo un ramo dei Caminesi per opera del vescovo cenedese che investì del feudo Gabriele I da Camino con diritto di trasmettere il possesso agli eredi. Nel 1204 il castello passò ad un altro ramo dei Caminesi, quello di Serravalle.

Il 1300 fu fatale al ricco maniero che, superate le incursioni del feroce Ezzelino da Romano, fu poi in gran parte distrutto nel 1319. Un anno prima Guecello da Camino aveva tradito la causa trevigiana rivolgendosi agli Scaligeri e concedendo loro il potere su alcuni castelli, tra cui Soligo, sui quali Treviso vantava l'alto dominio, e aveva unito le sue truppe a Cangrande della Scala. Treviso si rivolse allora all'alleato Conte di Gorizia, vicario di Federico d'Austria, per una spedizione punitiva nei feudi del Caminese che si risolse anche con la parziale distruzione del castello di Soligo. Nonostante la diminuita efficienza difensiva ed offensiva il castello continuò ad essere considerato come fortezza e i trevigiani vi posero un presidio al comando di un capitano. In seguito esso fu ancora oggetto di contrasti fra i Caminesi di Sopra e quelli di Sotto che se ne disputarono il possesso forse più per il suo valore strategico che per quello reale.

Intorno al 1335 il vescovo cenedese Rampone, ritenendosi, con l'estinzione dei Caminesi di Sopra, rimesso nel possesso dei loro antichi feudi, infeudò la Serenissima dei castelli della sua Mensa vescovile già posseduti dai Caminesi e provocò in tal modo la più fiera opposizione di Rizzardo V dei Caminesi di Sotto che nel 1343 acquistò dal comune di Treviso la giurisdizione di Soligo. Fra i suoi discendenti figura Rizzardo VIII, fondatore dell'abbazia laicale di S. Maria Nova, l'ultimo ad abitare a Soligo; nel 1424 anche la sua famiglia si estinse totalmente.

La totale distruzione del castello avvenne nel 1378, periodo in cui la Repubblica veneta andava estendendo la sua giurisdizione in terraferma, subendo una momentanea disfatta per opera degli Ungheri. In quella circostanza Gherardo da Camino e un suo fratello naturale, fino ad allora fedeli sostenitori della Serenissima, l'abbandonarono e tentarono di rientrare nei castelli già posseduti dalla loro famiglia accarezzando la speranza di rivendicare l'antica indipendenza. Accomodate le cose con gli Ungheri, Venezia incaricò il conte Rambaldo di Collalto di punire i Caminesi, rei di defezione: anche la fortezza solighese fu rasa completamente al suolo. Con la distruzione del castello venne a cessare ogni diritto e giurisdizione feudale su queste terre e Soligo venne aggregata all'amministrazione del territorio trevigiano all'ombra del leone di San Marco.


Storia Moderna

Dal secolo XIV Farra, con le 'ville e regole d'Oltre Piave' appartenne al distretto del Comune di Treviso e vi rimase anche dopo che la capitale della Marca passò alla Repubblica di S. Marco.

FARRA DI SOLIGO

Dal secolo XIV Farra, con le 'ville e regole d'Oltre Piave' appartenne al distretto del Comune di Treviso e vi rimase anche dopo che la capitale della Marca passò alla Repubblica di S. Marco.

Dalle statistiche censuarie pubblicate da O. Netto risulta che fino alla caduta della Serenissima la frazione più popolata era Soligo, seguita da Col S. Martino e Farra. Dalla seconda dominazione austriaca (1816) ad oggi Col S. Martino ha raddoppiato la popolazione nei confronti delle altre due frazioni. Nel 1797 le tre comunità, già appartenenti alla Podestaria di Treviso, distretto di Valdobbiadene, furono assegnate al distretto di Treviso per passare a quello di Ceneda, cantone di Valdobbiadene, ne1 1807.

Farra ottenne l'autonomia amministrativa con le frazioni storiche di Col S. Martino e Soligo nel 1816 e da allora appartiene al mandamento di Valdobbiadene.

Numerosi sono i segni della presenza di Venezia a Farra. Veneziano era il sacerdote che nel 1475 reggeva le tre chiese comprese nel territorio di Farra. Parroco di Farra fu dal 1817 al 1828 il veneziano d. Giampaolo Malanotti, canonico e cameriere segreto di Papa Gregorio XVI. Provenienti da Venezia erano i Caragiani, i primi proprietari della villa palladiana in località S. Giorgio. E così pure era cittadino veneto quel Giorgio Bavello che possedeva a Farra ai primi del '700 una casa per villeggiatura (il vecchio asilo parrocchiale) con la chiesetta dedicata a S. Bellino ora distrutta. Nell'archivio parrocchiale si conservano infine ancora lettere del Consiglio dei Dieci per il reclutamento di soldati per i reparti del Levante, datate 1782.

In epoca moderna, come appare dai registri parrocchiali, un notevole sforzo fu attuato, soprattutto da parte del clero, per fornire rudimenti culturali alla popolazione ancor prima che nel 1818 l'Austria prendesse provvedimenti in materia di scuola elementare.

Nel 1752 sono citate donna Orsola, moglie di M. Antonio Signorotto, e donna Teresa, moglie di Angelo Callegari, che "insegnano la lettura e il santo timor di Dio ad alquanti bambini". Nel 1775 un prete, don Lorenzo Malgarini, 'si esercita a far scuola'. Nel 1787 don Lorenzo Spironelli si esercita nell''istruire i fanciulli e dal 1819 al '44 don Angelo Tondelli è maestro comunale e organista patentato. Nel 1815 esisteva anche un legato Gobbo per pubblica istruzione e un legato Morona per beneficenza.

Durante il primo conflitto mondiale il comune fu invaso il 10 novembre 1917 e liberato il 25 ottobre 1918; i caduti in guerra assommano a 171. Due lapidi, poste all'entrata del Municipio, ricordano il Bollettino della Vittoria e il combattimento dell'8 novembre 1917 tra arditi e germanici sul ponte Raboso di Col S. Martino; poco discosta è la lapide dedicata ai Caduti.

Dal punto di vista economico Farra ebbe da sempre una vocazione agricola. Ancora nel primo '900 la produzione dei vini Prosecco e Verdiso era notevole. Tra le due guerre si svilupparono alcune attività artigianali e industriali connesse al settore dell''abbigliamento. Negli anni Settanta una forte industrializzazione ha interessato soprattutto il settore mobiliero, alimentare, meccanico e tessile.

COL SAN MARTINO

Nel Settecento il territorio era diviso in due comuni separati dal corso del Raboso: alla destra orografica quello di Col San Martino, a sinistra quello di Posmon.

Nel 1816 il paese venne aggregato a Farra di Soligo e rimase a Col San Martino soltanto un corpo di polizia con relativa prigione.

In tempi recenti grande fu il tributo di sangue versato durante il primo conflitto mondiale ed in particolare nell''anno dell''invasione nemica. Morirono in azioni belliche 88 soldati nativi del luogo. Il 15 dicembre 1917 la popolazione fu costretta ad andare profuga a Lago ed in Friuli; lontano da casa gli stenti e la fame furono drammatici e mieterono tra i profughi 264 vittime civili.

SOLIGO

In età moderna Soligo non fu estranea agli avvenimenti ed alle operazioni militari che portarono alla caduta della Serenissima, come attesta il parroco Busetti che nel 1798 annotava scrupolosamente le requisizioni effettuate dai comandi delle truppe straniere di passaggio in queste contrade: carri di fieno, botti di vino, capi di bestiame, sacchi di grano...

Altro interessante edificio è la villa De Toffoli la cui parte centrale risale al XVIII secolo e quella laterale al 1865. È una costruzione a tre piani con piccolo frontone e una trifora con poggiolo in pietra sulla facciata, sormontata da uno stemma.

Gravemente provata con l'invasione nemica durante la prima guerra mondiale, come attesta il diario di guerra dell'allora parroco don Pasin, Soligo subì anche tragiche rappresaglie nel periodo della Resistenza. Ai primi di settembre del '44 un'ottantina di case furono incendiate; contemporaneamente sette ostaggi vennero massacrati come rappresaglia nazifascista al ferimento di un soldato tedeco.

Negli anni Sessanta anche l''economia solighese si consolidò notevolmente con l'espansione di piccole e medie aziende vinicole e piccole industrie soprattutto nel settore del mobile.

L'organizzazione del tempo libero è in gran parte gestita dalle Pro Loco con iniziative volte alla valorizzazione delle tradizioni locali e del patrimonio artistico e paesaggistico. Fra le manifestazioni più consolidate figurano il Panevin, la sera del 5 gennaio, la festa dei nonni l'ultima domenica di Carnevale, la sagra dei Santi patroni Pietro e Paolo il 29 giugno. Particolarmente significativo a Pasquetta il «saluto alla Primavera sul colle di S. Gallo»: il concorso di pittura riservato agli alunni della scuola dell'obbligo, il gioco torneo del Rodolet, il pranzo sul colle e il chiosco con tipici prodotti pasquali fanno da cornice alla festa che rievoca l'antica tradizione dei giovani e ragazze di tutta la piana del Quartier del Piave riuniti lassù ad accogliere con canti e danze l'arrivo della primavera.


Stemma e gonfalone

DESCRIZIONE ARALDICA - D'argento al castello di rosso torricellato di un pezzo centrale, merlato alla guelfa, aperto e finestrato del campo, sormontato da un croce patente di nero, scorciata. Ornamenti esteriori da Comune.

GONFALONE  - Drappo  partito di rosso e di bianco riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dello stemma civico con l'iscrizione centrale in argento: Comune di Farra di Soligo. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. L'asta verticale, di velluto, ricoperta dei colori rosso e bianco alternati, con bullette poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati in argento.

STORIA  - Nel 1940 venne affidata la pratica per la definizione dello stemma comunale allo Studio Araldico di Genova, diretto dal Conte Adriano Guelfi Camaiani. Si volle dare rilievo agli eventi che caratterizzarono il territorio in epoca medioevale e si scelse così come simbolo un castello turrito. La storia di questi luoghi è inscindibile, infatti, da quella delle sue fortificazioni. Ad oggi sono ancora ben visibili le torri di Credazzo, resti di un complesso castrense ben più ampio, ma un altro castello svettava sino agli inizi del Trecento sul colle di San Giorgio. Per lo stemma comunale si decise di utilizzare i colori rosso del castello e l'argento del campo a ricordo dei colori della Marca Trevigiana  e di Ceneda e si scelse la merlatura alla guelfa in memoria dei vescovi cenedesi che ne furono feudatari. Sopra il torrione fu collocata una croce nera patente e scorciata, termini questi che in araldica indicano l'uno la croce con braccia che si allungano e l'altro pezze che non toccano i lembi dello scudo. Questo simbolo fu posto a memoria della Signoria dei Caminesi. Nel 1952 le pratiche erano ancora in corso e anche l'Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio dei Ministri volle inviare alcune indicazioni perchè proponeva di ricavare un buono stemma parlante dal nome della località riportandosi alla "fara" longobarda o al termine latino "farrum", esemplificabile  con un fascio di spighe di grano, da porsi in relazione con il carattere agricolo del territorio. Ma l'amministrazione di Farra rimane ferma sui simboli già scelti, ravvisando che il territorio ormai era caratterizzato dalla coltivazione dei vigneti. Fu così che stemma e gonfalone furono ufficialmente concessi dal Presidente della repubblica, allora Luigi Einaudi, il 6  ottobre 1953. Tale concessione fu poi trascritta nel registro Araldico dell'Archivio Centrale dello Stato il 22 marzo 1954. Si poteva ora far realizzare il gonfalone. Il 02 febbraio 1955 si decide di realizzarlo su drappo di seta e finemente decorato, al costo di 27.000 lire circa. 

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